mercoledì 19 giugno 2013

IL M5S E IL DECRETO DEL "FARE"



L'Italia è una nazione immobile, stratificata, pietrificata nel tempo e nei tempi, che ha una struttura del potere decisionale, giudiziario, esecutivo, basata su un vetusto principio aristocratico di natura oligarchico-dinastica. Ciò che conta, in Italia, è garantire ai grandi potentati renteur il mantenimento dei loro privilegi acquisiti nei millenni, impedendo in ogni maniera e con tutte le forze a disposizione l'affermazione della democrazia, la distribuzione del reddito e della ricchezza, l'affermazione civica del rispetto del concetto di merito e competenza tecnica al posto della provenienza di censo, di casta, di famiglia, di reddito, di consorteria.
Ecco che cosa fanno per davvero gli eletti di M5s in Parlamento. Ecco come viene usato il danaro pubblico, al netto dei 42 MILIONI di euro di rimborsi elettorali restituiti, e dei milioni di euro risultanti dai dimezzamenti degli stipendi, dalla restituzione della diaria ecc. MA OVVIAMENTE DI QUESTO DALLA STAMPA, TV , MEDIA NON NE SAPRETE MAI NULLA.   CLICCA QUI

Il “DECRETO DEL FARE”  è tanto sbandierato da stampa telegiornali, tv; la soluzione dei mali dell’Italia.
Poi se si va a leggerlo attentamente, cosa che non fanno nemmeno i deputati che, per alzata di mano approvano ciò che “il partito” dice di approvare,  ci si accorge che le cose non stanno proprio così:
Tratto da “repubblica”:
Il decreto “Fare”:  Si tratta del primo atto sostanzioso di questo governo, che in due mesi si è riunito nove volte per rilasciare solo provvedimenti essenzialmente formali (come quelli per la nomina di ministri e viceministri), di ordinaria amministrazione (come il riconoscimento dello stato di emergenza in varie aree) o semplicemente interlocutori (come la sospensione dell’IMU).
Il decreto ha l’ambizione di rilanciare l’economia attraverso una ottantina di misure, alcune di puro buon senso, altre che sostanzialmente ripropongono provvedimenti già adottati dal governo Monti rispettivamente per “salvare” l’Italia, per “farla crescere” o per “semplificarla”.
Il provvedimento comprende, in primo luogo, alcune norme “sblocca cantieri”, che in sostanza autorizzano il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (appena scorporato da quello dello Sviluppo), a sborsare circa due miliardi per il completamento di varie opere infrastrutturali. Qui i casi sono due: o quelle opere erano già state finanziate, ma poi non erano stati erogati i fondi necessari; oppure i costi sono lievitati a tal punto da richiedere una integrazione. Nel primo caso, lo “sblocca cantieri” è poco più di un atto di diligenza contabile, nel secondo è il condono tombale per errori di programmazione, inadempienze, ritardi e furbizie varie. Non a caso, scorrendo la lista degli interventi, troviamo i soliti noti: miglioramenti della rete ferroviaria; Pedemontana Veneta e Tangenziale Esterna Est di Milano; le strade siciliane; la Rho-Monza; la A24 e A25, che aspettano la costruzione della terza corsia a carico dei concessionari da almeno una ventina di anni; un po’ di metropolitane a Milano, Roma e Napoli, che finora hanno prodotto solo strade bloccate da cantieri infiniti. Manca solo la Salerno-Reggio Calabria, che ormai era stata oggetto di troppi decreti precedenti per essere presentabile.

Come da un po’ di tempo a questa parte, anche nel decreto Fare, il rilancio dell’economia passerebbe attraverso la panacea della semplificazione. Si abolisce invece il modello 770 telematico mensile, che serviva a certificare il versamento delle ritenute fiscali e previdenziali dei dipendenti. Così sarà più difficile scoprire i casi di inadempienza da parte del “sostituto di imposta”. Finalmente si abolisce anche l’obbligo di identificare i fruitori delle reti Wi-fi pubbliche, che per fortuna era già largamente ignorato da chiunque mettesse a disposizione una connessione internet per i propri clienti o vicini di casa. Si “semplifica” anche la gestione di cave, pozzi e rifiuti, notoriamente gestiti da club di gentiluomini che mai si sognerebbero di approfittare di regole meno stringenti. Con l’occasione, si chiude la partita della gestione dei rifiuti in Campania e Lazio. Ma l’apoteosi della semplificazione è la predisposizione di un piano nazionale per le zone a ‘burocrazia zero’, che dovrebbero essere qualcosa a metà tra una riserva naturale (ma senza rangers!) e un paradiso fiscale.
A nessuno viene in mente di “semplificare” anche la disciplina sui lavori fuori-orario dei dipendenti pubblici, che finora ha creato soltanto un groviglio di dichiarazioni e autorizzazioni telematiche che non frena la corruzione e il lavoro nero, ma solo le prestazioni alla luce del sole, e che non stimola in alcun modo la produttività dei travet durante l’orario di lavoro, anzi assorbe risorse non trascurabili per la gestione di pratiche e database. Come pure resta immutata la disciplina che costringe a passare per il medico di famiglia o per la ASL per convalidare parecchie prescrizioni di uno specialista e, viceversa, da uno specialista per ottenere la prescrizione di esami e farmaci appena appena più sofisticati del solito. Per non parlare della validità delle prescrizioni farmaceutiche esclusivamente all’interno della regione di residenza, alla faccia del carattere nazionale del servizio sanitario. Ma forse i vagabondaggi dei malati e dei loro parenti tra studi medici e uffici delle ASL creano occasioni di sviluppo per taxi e benzinai.

L’altra parola magica del decreto è “digitale”. Si parte con un’ottima idea: quella di assegnare una casella di posta elettronica certificata (PEC) a chiunque la richieda. Peccato che la richiesta sia legata a quella di una carta d’identità elettronica, ovvero un pezzetto di plastica, non troppo dissimile da qualsiasi card dei supermercati, che incomprensibilmente è rilasciata (col contagocce e a costi proibitivi) solo da pochi comuni. Inoltre il rilascio della PEC è solo una facoltà e non un obbligo, quindi è presumibile che non la richiederà chi prevede di dover ricevere multe, provvedimenti giudiziari o altra corrispondenza sgradita. L’altra ottima idea è che l’informatica sia usata anche per certificare il consenso preventivo alla donazione degli organi e per costruire un fascicolo sanitario personale, che eviti errori e perdite di tempo in caso di emergenza. Resta da vedere se le ambulanze e gli ospedali saranno dotati di strumenti e collegamenti per connettersi tempestivamente agli archivi centralizzati. Ma anche di questi trascurabili particolari il decreto Fare non si occupa.

Il fiore all’occhiello del decreto è la riforma della giustizia civile. Dopo la bocciatura della “mediazione” da parte degli utenti, prima che della Corte Costituzionale, il governo ci riprova. Sarà nuovamente obbligatorio per i litiganti comparire davanti ad un mediatore che non ha alcun potere di dirimere le controversie, ma solo il compito di esortare le parti ad un compromesso. Naturalmente sono esentate le assicurazioni, che potranno così continuare a tirare per le lunghe per gli indennizzi su incidenti, i rimborsi sanitari e le prestazioni dei fondi pensione. Il bello è che, anche dopo la mediazione, le parti sono libere di rivolgersi alla giustizia ordinaria con una minima penalizzazione. E’ comprensibile che un meccanismo del genere sia stato largamente snobbato dai cittadini e dalle imprese.

Oltre alla mediazione, il decreto prevede una task force composta da ben 30 magistrati ordinari assegnati alle sezioni civili della Corte di Cassazione; 400 giudici non togati (diciamo pure “volontari” che però non hanno superato alcun concorso in magistratura) mandati in soccorso delle Corti di Appello; un numero imprecisato di giovani laureati in Giurisprudenza “meritevoli” che affiancheranno i giudici civili nell’ambito di stage (non retribuiti). Possiamo solo immaginare quanto possano essere imparziali dei giovani e dei giudici “non togati” che, in massima parte, aspirano a lavorare presso gli studi legali delle parti convenute. Ma il dubbio principale è un altro: cosa fanno in questo momento i 30 magistrati che verranno mandati a fare gli straordinari in Cassazione: si occupano di quisquilie con risultati discutibili oppure lasceranno, a loro volta, dei posti vacanti? E se bastavano solo 30 supermagistrati a risolvere i problemi della giustizia, perché il CSM non aveva già provveduto? De minimis non curat lex, decretum neque. In ogni caso il governo prevede che questo insieme di provvedimenti ridurrà magicamente il contenzioso arretrato di oltre un quarto in cinque anni. I dettagli tecnici della stima sono ignoti.

In compenso, il decreto si premura di concentrare esclusivamente presso i tribunali e le corti di appello di Milano, Roma e Napoli le cause che coinvolgono gli investitori esteri, in barba al principio del giudice naturale. Così le multinazionali non dovranno pagare trasferte ai loro avvocati, ma molti cittadini italiani che si ritengono danneggiati dovranno prevedere delle spese aggiuntive.


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